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A zonzo per Baghdad e dintorni

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mercoledì, 26 agosto 2009
26 agosto 2009

Enzo-profilo“Mi contraddico? Ebbene sì. Mi contraddico. Sono vasto, contengo moltitudini”
 
Questa frase di Walt Whitman, poeta ed oratore statunitense del 19° secolo, veniva spesso citata da Enzo. Abbastanza da pensare che fosse per lui una sorta di regola di vita. Una frase che lui lanciava in giro, di tanto in tanto, a volte anche solo per prevenire chi poteva contestargli una sua, appunto, contraddizione. Così, tanto per mettere le mani avanti, certo, ma magari con la speranza che chi la leggeva ne facesse motivo di riflessione, essendo vero che solo i folli, quelli veri e non quelli apparentemente tali perché vanno a rischiare la pelle nell’Iraq in guerra per capire davvero che stava succedendo, solo i folli sono sempre coerenti.
 
Accettare, e confessare, o se si preferisce, conclamare la propria capacità di contraddirsi seguendo l’esempio di Whitman, ha molti significati, tutti palesi ad un occhio non superficiale.
 
Per contraddirsi bisogna saper dubitare anche di quello che si è sostenuto fino ad un attimo prima. Ed il dubbio appartiene alle persone intelligenti e coraggiose, quelle che non hanno bisogno di fede cieca per sopportare sé stessi e convivere con i propri limiti, quando non li nascondono dietro le presunte certezze. Ed Enzo aveva, fuor di dubbio, l’intelligenza di dubitare e, dunque, per lui non c’era nulla che non si potesse mettere in discussione. Molti la pensano così, ma pochi hanno l’umiltà di mettere in discussione sé stessi oltre che gli altri. Cesare Pavese scrisse sul suo diario, “Il mestiere di vivere” che non vi è peggior abitudine dell’abitudine ad un’idea (più o meno). Non sarà un caso se Whitman fu il soggetto della sua tesi di laurea.
 
Contraddirsi significa anche avere la capacità di osservare la vita con quel distacco necessario a mantenere i propri giudizi quanto più lucidi ed equilibrati sia possibile. Per questo Enzo ripeteva spesso che non bisogna mai prendersi troppo sul serio. Chi si prende troppo sul serio nella migliore delle ipotesi si rende ridicolo, nella peggiore stermina alcuni milioni di ebrei e provoca una guerra mondiale. Col garbo che lo contraddistingueva Enzo invitava, esortava, stimolava a non prendersi troppo sul serio. Ma non ricordo che mai abbia inteso dirlo dandogli il peso di una critica. La capacità di non prendersi troppo sul serio non può essere inoculata come un siero. Forse ognuno di noi, in qualche misura, la possiede, ma deve da solo essere capace di farla affiorare quando occorre. Enzo, probabilmente, intendeva semplicemente ricordare agli interlocutori che questa capacità esiste.
 
E ancora: contraddirsi, e non negare il fatto, implica il coraggio di mettersi in discussione, esporsi al giudizio negativo di chi è abituato, per necessità come già accennato, a seguire la strada che ha scelto, o piuttosto crede di avere scelto, senza che lo sfiori l’idea che forse sarebbe il caso di esaminare altre strade. Il vecchio proverbio “chi lascia la strada vecchia per la nuova sempre male si ritrova” ha fatto danni infiniti. Per Enzo il pensiero laterale, che insegna che non esiste nulla di scontato, morte a parte, e che ogni fenomeno può avere più di una spiegazione e non è detto che quella sempre accettata sia la più giusta, era qualcosa di molto importante.
 
Poi è arrivato l’Iraq. Il signor Bush, le cui scelte lo hanno infine condotto a morte,  ora è un pensionato di lusso, e Scelli, colui che avrebbe dovuto tirarlo fuori dai guai,  continua a cercare il successo politico, per ora con scarsi risultati rispetto alle sue infinite ambizioni, ma i giornalisti che lo hanno insultato nei giorni del suo rapimento continuano a scrivere. A fronte della miseria morale ed intellettuale di costoro, e di quella dei politici e dei funzionari di governo che si godevano le ferie su sabbie bagnate dall’acqua salata, ci sono i mille e mille amici che non dimenticano, né dimenticheranno, che quello che resta di Enzo è sepolto, probabilmente per sempre, sotto ben altre sabbie.
 
Privati per sempre della consolazione di una sepoltura, noi, i mille e mille amici di Enzo, continueremo a portarcelo sepolto nel profondo di noi. Se ci è mancato il funerale collettivo, il rito del distacco, abbiamo avuto in cambio la possibilità ognuno di seppellirlo in sé come meglio ha creduto.
 
Così un pezzo di lui, e dei suoi ironici insegnamenti a cominciare da quello che ho posto all’inizio di questo scritto, continua a viaggiare nel mondo dei vivi. Ciò che ci ha insegnato può continuare ad essere usato e anche trasmesso. Non a tutti questo è concesso. Ci serva di consolazione.
 
Stefano Guidi, della Zonker’s Zone

di zonker [Enzo G. Baldoni] | 02:00, ora di Baghdad |