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Interviste radiofoniche a cura di:
Francesco Locane, per Città del Capo - Radio Metropolitana di Bologna.

venerdì, 26 agosto 2005
Il primo “Venerdì di Enzo".



Si sta avvicinando una data particolare.
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Per i lutti, questo paese ha una lunga tradizione di teatralita' - e una attuale, pubblica, piu' sguaiata. Provo a smentire queste usanze parlando sottovoce. Agli amici. Di cose reali, vissute, belle.
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Se la memoria collettiva ha un senso, e' giusto ricordarlo in questo modo, dire ai suoi familiari che i nostri pensieri non sono solo parole, ma autentici back-up che serviranno per il resto delle nostre vite.
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Il primo valore che mi torna in mente, e' quella sua continua voglia di giocare. Quando mi mostrava una novita' per il suo amato Mac, quando citava un pensiero appena letto chi sa dove, quando raccomandava un fornitore insolito, quando parlava di un ristorante scoperto la sera prima e quando mi sfotteva per il mio akzento, ecco, in quei momenti di abbandono fanciullesco, sapeva veramente farmi star bene. Come si dice nella lingua parlata, non se la tirava, non la menava mai. Era diretto, a volte allegramente duro, come sanno fare solo i bambini.
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Un bambino alto quasi due metri.
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Anche se scherzava spesso sulla sua statura (le "Balene" non erano certo un understatement), non si rendeva conto che dall'alto dei suoi sguardi sorridenti, quella circostanza avrebbe potuto sfruttarla anche etologicamente. Invece, quando una volta l'avevo spinto a fare il regista per una serie di spot, ricordo che sul set amava sedersi per terra - per sussurrare agli attori come voleva un gesto, un tono, una battuta. Anche con i clienti agiva volentieri cosi': raggomitolato su un divano, adagiato di traverso, gesticolando con tutto il corpo. Credo anche nei momenti formali, dentro di se' cercasse sempre un'amaca come quella che aveva sistemato sul suo terrazzino di casa, sopra i tetti di Milano.
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Se la metafora mi e' perdonata, anche le sue tante iniziative sull'internet erano sempre appese tra due piante che, dalle nostre parti, rimangono esotiche e rare: l'informazione reale e l'ironia.
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Non e' certo un caso se Michele Serra, un altro serissimo giocherellone come lui, chiama "Amaca" la sua quotidiana razione di botti mediali.
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Forse il suo capolavoro e' stato il Creative Cafe'. Mettere insieme quasi un centinaio di creativi che ogni giorno, per qualche minuto, trovavano la voglia di abbandonare lo stress, le sale meeting, il proprio ego, e' stato un autentico miracolo di arguzia, di tolleranza e di competenza - sia tecnica che psicologica.
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Enzo sapeva tenerci d'occhio, darci spago, spronarci, come un marpione che capisce tutto dei suoi dannati/amati pargoli sul web. Se quel Cafe', tanto istruttivo e tanto divertente, continua a funzionare in qualche modo, vuol dire che nessuno di noi ha voluto accettare che il nostro allenatore-arbitro-giocatore-spettatore, abbia smesso di condurre e frequentare quel giro.
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Con pochi altri compagni d'avventura, Enzo era persino riuscito a far partire (e alimentare alla grande), una mailing list dell'Art Directors Club (purtroppo, per ben due volte, quel tentativo e' stato affossato; per rovinare un'atmosfera tesa e bella, a volte basta il trillo monofonico, insistente, di un isolato, unico cellulare). Ma finalmente, anche la' dentro e' tornato lo stile di Enzo: ci si raccontano cose nuove, a volte toste oppure delicate, culturali, tecniche, professionali.
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Questo non e' il luogo migliore per parlare dell'Enzo copywriter di pubblicita'. Il fatto e' che per lui, scrivere bene significava solo scrivere bene. Stop. Non faceva differenza tra annunci, forum, poster, fumetti, articoli sui giornali, blog, calendari o lettere personali. Non voleva stupire a tutti i costi. Voleva solo essere letto. Per lui valeva in modo esemplare, la battuta del grande Howard L. Gossage: "La gente non legge gli annunci, la gente legge cio' che gli interessa - e qualche volta e' un annuncio".
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Amava il dialogo, quello vero. Era un gran chiacchierone, ma anche un altrettanto grande ascoltatore. Quella sera che invitai a cena Fernanda Pivano, assieme a pochi altri amici, c'era pure lui. Era stupito da quella ragazzaccia ultraottantenne, divertente, informatissima, sboccata, la guardava come si guarda una bestia che hai studiato sui libri ma che vedi la prima volta da vicino. Per un'ora buona non apriva bocca. Gli piaceva capirla meglio, lentamente, come si fa con i grandi vini. E la Nanda (come l'avrebbe poi chiamata lui), pian piano lo puntava. Ovviamente, alla fine della serata si ascoltava solo Enzo. Aveva aspettato che il focolare diventasse brace, e noi tutti a seguire estasiati le sue fiabe vere. Cose buone e meno buone dal mondo.
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Se proprio vogliamo insistere sul suo modo di scrivere, proviamo a rileggerci uno dei suoi reportage dai vari fronti, da quelle persone lontane, dalle giungle, dagli alberghi, dagli avamposti di imperi del sole e di sogni dark. Se dico che nel panorama del nostro giornalismo ufficiale, oggi non c'e' nessuna penna leggiadra e, allo stesso tempo, all'arrabbiata come la sua, non credo di forzare nulla.
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Ma Enzo non si fermava alla propria bravura. Sebbene ricordasse di continuo che le nostre campagne sono "solo canzonette", voleva che i giovani creativi ce la mettessero sempre tutta. Non accettava l'approssimazione. Proprio perche' il mito del mondo della pubblicita' e' coperto da un sottilissimo, effimero strato d'oro, Enzo non voleva che quel scintillio seducesse troppa gente. Parlava con centinaia di giovani che miravano "a entrare nella pubblicita' ". A quelle insolite verifiche attitudinali, psicologiche, culturali e passionali, dedicava molti pomeriggi - di solito di venerdi'. E' una pesante ma fantastica eredita' che l'ADCI fara' ripartire da quest'autunno. "I venerdi' di Enzo" non saranno solo un rito per onorare un amico, ma anche un investimento nel futuro dei nostri mestieri.
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Come accade a tutti i veri viaggiatori, la stessa importanza che metteva in quelle sue partenze, la trovavi poi anche nei suoi racconti. Non erano saggi, giudizi, teoremi. Erano riprese in diretta. Ti faceva veramente stare li'. Pazzesco.
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Quando invece lo incontravi a casa o nel suo ufficio, c'era molto legno, tessuti caldi, disegni, un sacco di cose fatte con le mani. La sua cucina era l'esatto opposto di quegli orrori da showroom che piacciono tanto ai trendisti - ogni oggetto era un richiamo alla sua vita, un ricordo. Si vantava di essere rimasto un provinciale, figlio di una terra di contadini. Non era un creativo made in Italy. Era un moderno artigiano italiano, figlio del paese. Di quello vero.
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Quando nel maggio dell'anno scorso ci siamo incontrati in un ristorante, parlando una volta tanto anche di noi due, scoprimmo di avere parecchi dubbi in comune: non ci piacevano i convenevoli, i riti, le smancerie mediatiche di questa nuova-vecchia sinistra. Parlammo con occhi luccicanti di Emilio Lussu, di Danilo Dolci, di Pasolini, di De André. Di outsider.
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In sostanza, di persone come lui.
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Lui, che vedeva il bicchiere sempre mezzo pieno. Piuttosto che rimpiangere cio' che abbiamo perso, proviamo a ricordare le cose che ci ha dato. E' sicuramente un modo piu' da Enzo per superare questo venerdi'.
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Dai, proviamoci almeno - anche se e' dura.
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Till  Neuburg - 23/08/2005

(Foto di Giorgio Gualberti)

di zonker [Enzo G. Baldoni] | 02:25, ora di Baghdad |